La scuola, con coraggio salvate la scuola!

Questo blog è nato per avvicinarvi al mio lavoro, ma è poi diventato il luogo speciale dove racconto pezzettini della mia vita. Un posto dove il tempo si ferma, raccolgo le idee e imprimo ricordi e cose belle che fanno parte di me.

Io non ho memoria… non so se sia per via dei parti o per colpa di cosa ma ho pochissimi ricordi. Fatico ad andare indietro con la memoria… mi devo sforzare tantissimo e mi sembra che tutto mi scivoli tra le dita… ecco perché ho deciso di scrivere…

Ma prometto che tra un paio di post ricomincio a scrivere del mio lavoro…

Volevo raccontare dell’avventura che a settembre 2020 è iniziata per il mio primogenito, e in realtà anche per tutti noi.

La prima elementare.

In questo tempo difficile, dopo aver troncato dolorosamente l’asilo prima della fine, a causa del covid, senza poter salutare amici e maestre, eccoci arrivati al grande passo.

Devo dire la verità, noi genitori (parlo al plurale perché racconto è la nostra esperienza condivisa con altri genitori) eravamo molto preoccupati di questo nuovo inizio. Distanziamenti, mascherine, igienizzazioni ripetute, misurazione della temperatura… Sì, eravamo nello stesso istituto dell’asilo, e quindi c’era una sorta di continuità e di un luogo sommariamente conosciuto, ma tutte queste orrende, sterili e disumane (perché la parola disbambini non esiste) novità ci spaventavano non poco.

Da subito però la scuola ha dimostrato grandissima attenzione e noi e ai nostri figli. Nel giorno precedente l’inizio delle lezioni hanno organizzato una sorta di benvenuto per i primini, i remigini si chiamano qui da noi… (ne ignoro il motivo, approfondirò)

La frase che accoglieva i nostri figli all’ingresso della scuola e che rimane il tema per tutto l’anno scolastico è “TUTTO È STATO SALVATO DAL NAUFRAGIO”. E noi forse ci sentivamo proprio così… dei naufraghi nel mezzo di una terribile tempesta… Il nuovo direttore ha rincuorato noi genitori rassicurandoci che tutte queste misure non avrebbero vinto e pravalso sull’insegnamento e sullo sguardo sui nostri bambini. La maestra ha accolto noi e i nostri piccoli esploratori e ha letto e recitato una storia bellissima (inutile dire che mi son commossa…) sul coraggio di percorrere nuove avventure…

Avevamo bisogno di esser presi per mano. Noi e i nostri figli. E di non sentirci soli di fronte a questa difficile prima elementare in questo difficilissimo anno.

Ed è così che da quel giorno è stato.

Ci hanno preso per mano ogni giorno.

Prima i nostri figli. Ogni giorno, dall’ingresso all’uscita, sono stati davvero tenuti per mano imparando tantissime cose belle, leggendo e ascoltando innumerevoli storie ed esperienze, riempiendo quaderni con una velocità e una intensità impressionante, guardando gli errori e i passi da fare, imparando ad accettare le correzioni, a correggersi e ripartire nella serenità di un rapporto con un adulto, che con te costruisce e che non distrugge o appesantisce la tua fatica.

E noi per mano con loro.

Per mano la scuola ha portato noi genitori a guardare i passi da fare e da far fare ai nostri bambini. Ci ha aiutato a lasciarli andare, a lasciarli fare, a lasciarli anche sbagliare, ma anche a tenerli con noi (grazie maestra Silvia per tutti i the che ci hai fatto prendere con in nostri figli! Ne avevamo bisogno! E ne avevano bisogno!) dedicando del tempo esclusivo, prezioso e costruttivo con loro.

Ecco.

Ora la scuola è di nuovo chiusa. E i nostri figli sono attaccati ad un pc. Le maestre si fanno in MILLE, CENTOMILA pezzi per farli appassionare, incuriosire, interessare, per tenerli incollati a loro e alla passione per imparare e scoprire cose nuove. La scuola sento che piange la lontananza di tutti i suoi bambini. Ma non è abbastanza.

Collegarsi ad un pc, per quanto ci siano dietro o dentro gli amici e le maestre, le più fantastiche delle maestre, non è come poter godere della loro compagnia. È tutto un “maestra non ti vedooooo”, “maestra non ti sentooooo”, “maestra non si vedeeeee”… Si stancano molto di più. Capiscono molto di meno. Si stufano sempre prima. Si distraggono sempre di più… Per quanto si cerchi comunque di bonificare la loro esperienza…

Si rattristano. Si spengono. E hanno ragione.

E poi ci sono tutti gli impedimenti “personali casalinghi” alla dad. Io per ora lavoricchio come consulente privata quando riesco e nonostante questo e nonostante Valentino in piena fase regressiva che piange ogni ora, riesco ogni tanto a buttare l’orecchio a quel che si dice di là in dad e capire se Bernardo sta seguendo o sta andando per farfalle o sta cantando guardando imbambolato il balcone…

Ecco, tutto questo per dire quattro cose:

1) che HO SCELTO una scuola favolosa. Che ha accolto e custodito i passi di mio figlio in modo commovente. Che ha VERAMENTE a cuore lo sviluppo dell’io dei suoi bambini. Che ho scelto di pagare con innumerevoli sacrifici.

2) che solo pochi, POCHISSIMI NEL MONDO hanno a cuore i bambini. E sicuramente questi pochi non sono al governo adesso.

3) che RIVOGLIO LA SCUOLA completamente in presenza! Subito! Non perché voglio farmi i fatti miei. Ma perché i nostri figli se lo meritano! Ne hanno estremamente bisogno! (Evito di parlare di quel che vivono invece i RAGAZZI adolescenti senza la scuola, ma si potrebbe riempire pagine e pagine…)

4) e infine… Abbiate cura dei vostri bambini. E del loro sviluppo. Saranno gli adulti di domani. Che ne sarà di loro in questo mondo così difficile? Facciamo di tutto, DI TUTTO per il loro bene. Cerchiamo la verità e lottiamo (sì, lottiamo) per regalarla a loro. Ci chiederanno il conto di tutto questo. Ci chiederanno “mamma ma tu cos’hai fatto quando nessuno aveva a cuore le scuole e i bambini?”

Ecco, io non voglio rispondere ai miei figli: “vi ho messi al computer”.

!

E poi finalmente tu!

Come è capitato con Bernardo eccomi qui a scrivere qualche riga sulla nascita del mio secondogenito Valentino.

No. Non racconterò i dettagli, anche se parlarne a volte fa sentire meglio, ci fa sentire un po’ delle eroine, delle donne con pazzeschi superpoteri… altro che Avengers…

E in effetti forse è proprio così… per quello che la Natura e la Vita ci chiedono, forse si, siamo delle eroine…

Valentino, nato sotto il segno del toro, con un travaglio da toro, con un parto da toro, con una voce da toro e un carattere da toro.

Nato una mattina di primavera.

Mentre travagliavo alcune delle mie colleghe aspettavano fuori dalla porta della mia sala parto e facevano il tifo per me (arrivavo da un bel cesareo a dilatazione completa con una serie di “patologie concomitanti” con il mio Bernardo, e dovevo riscattare tutto!). Non potevano entrare: eravamo in pieno primo lockdown e in quei mesi ci era già stato chiesto tanto…

Mentre spingevo esausta, dalla finestra socchiusa entrava il freschino del mattino e si sentiva cantare un merlo. Che io amo.

Dopo che è nato Valentino è stato dolorosissimo non abbracciare fortissimo le mie amiche ostetriche. Ancora adesso sento un vuoto che mi travolge al solo pensiero.

Dopo che è nato sono stata un mese a letto per delle complicazioni “abbastanza rare” e ho dovuto delegare tutto a mio marito. In pieno lockdown eravamo solo noi quattro in casa, senza aiuti. Ma ce la siamo cavata alla grande!

Con Valentino ho imparato a dire “non ce la faccio a fare tutto” e a dire “mi aiuti per favore?”. Valentino mi ha insegnato a fidarmi e ad affidarmi. Valentino mi ha insegnato che la nostra famiglia è una squadra fortissima, che il mio Berni è un ometto e un fratello meraviglioso e che io mi devo e mi posso fidare di mio marito.

Ma riguardo la nascita del mio Vale (e di tutti i nove mesi successivi!) vorrei riflettere su una cosa… la fatica.

Adesso trovatemi qualcuno in rete che elogi la fatica della maternità. È tutto uno smontare ogni suo istante. È tutto un “sfatiamo quel mito della maternità meravigliosa”, “diciamo le cose come stanno: è tutto una merda”, “i figli sono una gran rottura di palle”, “non c’è niente di meraviglioso nell’aspettare, partorire e accudire un figlio”.

Ecco. In internet è tutto un blog-profilo-post-stories-podcast-echipiùneha che sfatano momenti fantastici, smontano dolci e amorevoli racconti, con una realtà dura, cruda, faticosa, ma completamente anaffettiva.

Parlavo l’altro giorno con un’amica che aspetta la sua prima figlia. E Paola diceva “ma certo che mi alzerò quando piange, è mia figlia! Chi si dovrebbe alzare?! Ma certo che la allatterò, e che la cambierò e che la consolerò, e che la crescerò. E chi altro diavolo dovrebbe farlo?!”

Esatto. Chi dovrebbe farlo?

È figlio tuo.

La fatica spetta a te.

E l’accogliere spetta a te.

E l’amore spetta a te.

È forse questo un mondo di anaffettivi? Ma se siamo continuamente lì a dire “torneremo ad abbracciarci”! Ma cosa mi vuoi dire?! Che hai BISOGNO di abbracciare! Che hai bisogno di essere abbracciato! E che abbiamo bisogno di amare. E di essere amati! E perché allora non cominciare dai neonati? Dai bambini? Che continuamente chiedono di essere guardati, ascoltati, coccolati, tenuti, baciati, amati, nutriti e non solo di latte o pappe. Abbiamo così a cuore le piante in questo mondo green… perché non avere così a cuore i bambini?!

È forse questo un mondo di pigri, abituati ad avere sempre tutto e subito? Forse. Ma, spoiler, che cosa non è faticoso nella vita? Con la mia amica e collega del cuore Adele riflettevo tempo fa: che cosa nella vita non si guadagna con fatica? Nemmeno l’asilo! E da lì in avanti quanti passi e quante tappe e quante cose ci siamo vissuti e gustati con il sudore della fronte?! E perché quindi la maternità (e la paternità!) dovrebbe essere un’avventura senza fatiche?!

Certo che è faticoso portare un figlio. Certo che è faticoso partorirlo. Certo che è faticoso allattarlo. Certo che è faticoso svegliarsi milioni di volte di notte. Certo che è faticoso reggere e consolare e contenere il suo pianto. Certo che è faticoso reggere i capricci, insegnargli il bene e la verità o trovare la scuola adatta al suo bene. Certo.

Ma cosa vale di più nella nostra vita se non il rapporto con i nostri figli? Cosa desideriamo di più al mondo se non la loro felicità? Cosa daremmo per la loro salute psicofisica e perché possano crescere individui saldi, certi, saggi e coraggiosi? Cosa daremmo?!

Daremmo la nostra fatica? La nostra stanchezza? Il nostro corpo? Il nostro tempo? (E pure i nostri soldi?!)

LORO HANNO BISOGNO SOLO DI NOI. Del nostro sguardo. E della nostra presenza. Tutto, tutto quel che ci capita da quando nascono è occasione di rapporto con loro. E loro aspettano SOLTANTO che noi facciamo la FATICA di vivere ogni occasione e ogni circostanza PER LORO.

A proposito di questo non posso non citare un meravigliosa minidocuserie su Netflix dal titolo “The beginning of life”. Vi invito a spendere il vostro poco tempo per guardarla. Perché guardandola è davvero immediato capire il perché di tanta “fatica”.

Come dico sempre alle mie mamme: semina la fatica, né raccoglierai grandi frutti con tuo figlio.

Grazie Valentino, e Bernardo, amori miei, per tutto quello che mi avete e che ora mi state insegnando.

A presto, I

Te Deum 2020

Come chiunque sta scrivendo in questi giorni anche io dico che questo anno è stato difficilissimo.

Ma a differenza di molti io desidero ringraziare con il mio personale Te Deum (ne avevo già scritto uno nel 2017 se non sbaglio…) per i doni ricevuti dal Cielo quest’anno.

Vado più o meno in ordine cronologico…

Te Deum per il dono della promozione di Pietro. Certo, è ancora in prova, manca poco alla conferma finalmente, ma questa notizia la aspettavamo da molto tempo. Pietro ne aveva bisogno e tutti noi ne abbiamo giovato sotto molti aspetti. È proprio vero che il lavoro nobilita l’uomo. E che senza il lavoro un uomo è perso.

Te Deum dunque per il lavoro di Pietro.

E a proposito di mio marito, Te Deum per lui. Che mi sopporta, che mi supporta e che mi ha letteralmente PORTATO in alcuni momenti di questo anno. Perché mi lascia fare, mi lascia dire, mi lascia parlare. Perché mi lascia arredare e riordinare la casa come voglio io. Perché sa giocare con i nostri bambini e silenziosamente fa da roccia alla nostra famiglia. Non dimenticherò mai come mi ha aiutata e sostituita, in tutto e per tutto e con tutti, nelle settimane difficilissime dopo la nascita di Valentino. Grazie marito mio. E grazie anche perché dopo 12 anni insieme mi hai finalmente regalato, dopo “velata” pressione, un meraviglioso brillocco.

Te Deum per Pietro dunque: che mi vuole bene e mi accompagna in questo cammino. (Già che ci sei aiutalo ad essere un po’ meno offendino e nervoso per favore… ci risparmieremmo un sacco di litigate…)

Te Deum per Bernardo. È stato un anno difficilissimo per lui. Prima il lockdown e il trauma della fine tronca dell’asilo… nel mentre un fratello desideratissimo ma nuovo di zecca fa capolino nella sua vita, dopo quasi 6 anni di “privilegi”… rimettersi in discussione e ritrovare il suo spazio non è stato facile.

E poi il distacco dagli altri, la lontananza da parenti e amici, i giochi mancati e proibiti, le lacrime che ha visto nella mamma, le notizie alla tivù, sta maledetta mascherina e il “non toccare”, le videochiamate, e poi finalmente l’avventura delle elementari!!

Te Deum dunque per la sua allegrezza e per la sua positività e per la sua profondità e acutezza.

Te Deum per donarmelo ogni giorno al mio fianco.

Poi a metà anno è arrivato Valentino. In una bella mattina di primavera mentre fuori dalla sala parto, sull’albero davanti alla finestra, cantavano i miei amati merli. Nato sotto il segno del Toro. Con un parto da toro. E una voce da toro. E un carattere da toro. Te Deum per lui. Che ha il sorriso più dolce del mondo. Che mi fa scoprire così piccola e bisognosa. Che ha ribaltato la mia precisone e la mia organizzazione e tutte le mie certezze. Che mi ha cambiata. Nella carne. Nel cuore. E nella mente. E che mi fa sperimentare ogni giorno, e lo dico con le lacrime agli occhi, che per amore una mamma da proprio tutto di sé.

Te Deum per Valentino.

Te Deum per il dono della vita e della salute.

Te Deum per la mia mamma, per il mio papà e per mia sorella.

Te Deum per la mia bella casetta. Sistemata con tanto amore e con tanti sacrifici, mi ricorda ogni giorno che siamo fatti per le cose belle e che la casa è il luogo dove il cuore riposa.

Te Deum per il lavoro di educazione all’affettività che faccio nelle scuole. Perché è il luogo privilegiato in cui riconosco che tutta la nostra vita ci è stata donata ed è una meraviglia stupenda.

Te Deum per la scuola di Bernardo. Perché siamo commossi da quanto ci stia aiutando in questa avventura meravigliosa dell’educazione.

Te Deum per questo anno difficilissimo. Perché ho scoperto nella carne la fatica della lontananza, che in alcuni rapporti e in alcune circostanze Ci chiedi (e si chiama verginità) ma che attraverso questo anno ha fatto emergere prepotentemente ai miei occhi e nella pelle tutto il bisogno che abbiamo di essere amati, abbracciati e toccati. Perché siamo nati dentro una carne. E questa nostra carne è il primo dono che ci Hai fatto mettendoci al mondo.

Te Deum per la mia pelle dunque. E per il mio corpo. Che sente. E che ama con ogni parte che Tu mi hai donato.

A presto.

I

L’avventura dell’asilo.

È ormai un’avventura già bella che conclusa per il mio amato primogenito Bernardo, ma volevo scrivere di questo tempo per non perdere il filo di quanto accaduto…

L’asilo è arrivato nella nostra famiglia come traguardo del primo triennio di vita con Berni. Per logistica famigliare, ma soprattutto per SCELTA, abbiamo deciso di farci aiutare da una babysitter o tata: la nostra cara amata vicina di casa, Lina, che per noi in quegli anni è stata come una seconda mamma… ci ha visti in ogni situazione e condizione possibile e ci ha aiutato tenendo Bernardo quando io lavoravo 12 ore in ospedale e mio marito era faticosamente impegnato tra lavoro e salute.

L’asilo quindi è stato proprio il primo “ingresso in società” per Bernardo che dall’estate dei due anni e mezzo aveva iniziato a fermare ogni bambino per strada dicendogli “Ciao, io mi chiamo Bernardo, vuoi venire a casa mia a giocare?”.
La VERA SOCIALITÀ infatti, che ne dicano fior fior di psicologi e pedagogisti e di “chiunqueormaituttologo”, inizia proprio a tre anni: non è al nido che “socializzano”, è questa la tappa evolutiva del “desidero giocare con te che sei altro da me” e noi l’abbiamo proprio sperimentata vedendo Bernardo in azione.

Con grande entusiasmo abbiamo iniziato quindi questa avventura.

Si, io lo chiamo ASILO, e non scuola dell’infanzia, perché la parola ASILO mi fa pensare ad un luogo di riparo, che custodisce, in cui è bello portare i nostri figli… affidarli a quel luogo per così tante ore!
Ho capito subito, durante il giro degli open day, che affidare tuo figlio ad un altro che lo educherà (oltre e te naturalmente) è una cosa serissima. E che non ci sono mezze misure. Almeno, su questo (ma ho capito grazie ad una amica che io sono abbastanza così nella vita… “non c’è trippa per gatti!”) io non transigo.

Ciascun genitore per il figlio desidera ciò che di meglio c’è. Bisogna “solo” far luce su cosa sia il meglio…

Sicuramente per me, un luogo che sia ASILO, proprio come dicevo prima… che sia rifugio, che accolga, e che protegga i nostri figli, e che abbia a cuore la crescita neuro-psico-motoria, emozionale, affettiva dei bambini che lo abitano.

Poi, una direzione e un corpo insegnanti che siano amorevoli e autorevoli allo stesso tempo, che li prendano per mano e che li aiutino a guardare e superare gli ostacoli che la vita gli pone davanti (perché si, signori e signore, sarò impopolare come so benissimo di essere, ma sì, anche i bambini così piccoli hanno i loro ostacoli da superare. E anche belli grossi. Magari già per colpa nostra…). E che siano luce per le famiglie. Guida per i genitori, che nascono e crescono genitori insieme ai loro figli… e che hanno così tanto bisogno di non trovarsi da soli nella sfida dell’educazione!

Davanti a queste nostre certezze non abbiamo esitato, anzi, mio marito non ha esitato (io avevo ancora forse la sindrome della chioccia…) a iscrivere Bernardo subito dopo il colloquio con la direttrice, ad un asilo privato paritario proprio vicino a casa nostra.

Bene. Cosa dire di questi tre anni letteralmente volati via?

Primo anno: commozione immensa nel vederlo andare. Partire. Volare via. Diventare autonomo. Farsi gli amici. E grande commozione e gratitudine anche nel vedere come le maestre hanno fatto compagnia a noi genitori, allo sbando dopo un evento-uragano che ha ribaltato la nostra famiglia…

Secondo anno: gli amici passati alle elementari… crisi d’identità… chi sono io se loro che stavano con me non ci sono più? In chi e in cosa consisto? Che paura i cambiamenti! Che avventura la vita!Immensa gratitudine nel vedere le maestre accompagnarlo in questo pezzo importantissimo della costruzione del sé.

Terzo anno: grandone sulla rampa di decollo… anno difficilissimo per via dell’interruzione traumatica e terribile dell’emergenza covid…. è stato un finale duro. Triste. Faticoso. Complicato per lo più dall’arrivo di un fratello dopo quasi 6 anni di privilegi. Forse però un tempo che ci ha permesso di godere a fondo, secondo dopo secondo, del nostro “terzetto agli sgoccioli”… ma di questo parlerò magari in un altro post…

Quello che vedete nella foto è un ENORME cartellone che alla recita (delle maestre, non dei bambini) di fine primo anno è spuntato dietro una grande parete nera come il buio… abbattuta da Re coraggiosi e desiderosi di stare insieme ed essere amici…

Quel cartellone è così colorato perché è fatto da collage di “pasticci creativi” che ci avevano fatto fare insieme ai nostri figli. Ignari di quel che sarebbe poi accaduto, ci avevano fatto lavorare INSIEME, genitori e bambini e maestre per costruire una enorme parete gioiosa e colorata. Coraggiosa.

Quel cartellone, quando è spuntato, durante la recita, mi ha fatto proprio scoppiare in un gran pianto. Arrivava nel momento più difficile della vita della nostra famiglia. Nel momento della prova. Nel momento del pericolo. Nel momento del turbamento e del dolore. Per me. Per Pietro. E anche per Bernardo.

“Non abbiate paura”.

Un ASILO che ha a cuore così la vita e il destino dei suoi piccoli e dei suoi “grandi” è una scuola da non perdere.

E noi ci abbiamo messo la firma.

A presto.

I

Questo posto mi chiamava

Sono passati più di tre anni dal mio ultimo pezzo… e sono ormai tante settimane che ho voglia di scrivere…

La vita in questi anni mi è cambiata enormemente… lavori diversi, un figlio che cresce e diventa un ometto… l’avventura dall’asilo per il mio Bernardo… un’immensa e dolorosa sfida per la nostra famiglia che, grazie a Dio, ormai è solo un brutto ricordo… Valentino: una nuova vita simpatica e dolcissima tra le nostre braccia… una pandemia… e poi l’inizio della scuola elementare… il mondo che va al contrario…

Mi ero lasciata solo più Instagram come social… non li sopportavo più… avevo bisogno di una pausa… mi piace vedere belle fotografie e scoprire belle persone e piccole realtà artigiane… ma ora è diventato un grande caos. Troppe persone che parlano in queste “stories” e dirette che riempiono silenzi che sono sempre meno nelle nostre giornate… ma in fondo ci si sente poi così soli…

Un blog invece, come un articolo e come un buon libro, ti costringe e prenderti del tempo. Per scriverlo. E per leggerlo. Magari davanti a una buona e fumante tazza di the natalizio…

Io ho bisogno di tornare a raccontare la bellezza (e anche a volte la fatica) di questa mia vita. E quindi eccomi qui.

Questo posto mi chiamava.

Ora, una cosa alla volta, vi racconto tutto.

O quasi.

A presto.

I

Pensieri sparsi di un’ostetrica nel giorno della sua festa.

Dal 18 aprile ho finalmente ricominciato a lavorare. 

Dopo lunghissimi e difficilissimi sei mesi vado a lavorare per sei mesi (e poi si vedrà) all’Ospedale Buzzi di Milano. 

Nuova avventura: il Pronto Soccorso Ostetrico. Nel mio primo ospedale pubblico. 

Nessun “San qualcuno”. Ho riso quando l’ho realizzato il primo giorno entrando nell’atrio verdolino.

Sono  FELICISSIMA. Sono pure riuscita a commuovermi al colloquio d’assunzione… Ma forse la mia caposala non se ne è accorta.

Come dice lei “il pronto soccorso è la porta dell’ospedale” e “le sue ostetriche sono la faccia con cui l’ospedale si presenta alle donne e alle coppie che vi accedono”. È così. 

Io amo il mio lavoro, lo porto nelle mani e nella faccia, sempre, e non riesco a non appassionarmi ai volti e alle storie che incontro nella mia vita e durante il mio turno di lavoro.

Per una serie di coincidenze (ma il caso non esiste mai) ho incontrato più volte, nei miei primi turni, Claudia e Francesco, in attesa della loro prima figlia. Nina. 

Ormai erano facce conosciute e durante un monitoraggio avevamo chiacchierato di un libro di una giornalista torinese dal titolo “L’arca di Nina”, storia commovente di sua figlia nata gravementre prematura.

Fatto sta che per quattro volte apro “casualmente” loro la porta del PS. 

Divento la loro “ostetrica della porta”. 

Mi chiedono consigli riguardo l’attesa che stanno vivendo e l’avventura che stanno trepidamente aspettando. 

Imbarazzo, sorrisi, qualche lacrimone…

I nostri sguardi si incrociano “casualmente” per quattro volte in pochi giorni. 

Finché, alla quarta volta, aprendo nuovamente la porta… Ecco. Ci siamo. Questo È il momento di NINA. 

La luce che ha negli occhi Claudia è quella. La riconosco. Quella che non lascia alcun dubbio: è la potenza del travaglio, che travolge e da inizio a questa avventura pazzesca che è l’essere madre. E padre. 

Li accompagno io in sala parto. Claudia è uno di quei rari esemplari che non vuole l’epidurale, vuole farcela da sola. Mi guarda con i suoi occhioni commossi e mi dice “secondo te ce la faccio?”. Mi viene un po’ da piangere, perché è troppo bello essere lì, spettatrice privilegiata di quella forza e di quella paura mischiate potentemente insieme. 

“Certo che ce la fai Claudia! Sei pazzesca!”

Qui il mio compito finisce. 

“Ti lascio a Federica, la tua ostetrica della sala parto, io devo tornare in PS, ma verrò a trovarti.”

“Sì per favore!”

Claudia in tre ore accoglie Nina, senza epidurale, travagliando in acqua. Concentrata e affidata alla brava Fede, vive e partorisce con tutte le sue forze. 

Pochi minuti dopo la nascita di Nina suona il telefono del PS.

“Ire sono la Fede, i genitori di Nina vorrebbero vederti.”

Vado. Li abbraccio. Mi commuovo. Sono bellissimi tutti e tre. E mi ringraziano. “Ma non ho fatto nulla!”  

“No Irene, sei stata molto molto di più che l’ostetrica della porta.”
Oggi è la giornata internazionale dell’Ostetrica. Un giorno che mi riempie d’orgoglio. 

Una festa per celebrare la gioia del mio lavoro. Meraviglia. Non a tutti è dato questo privilegio.

Due ore fa, Chiara, incontrata per caso al mio corso preparto (quello dove io ero la mamma!), diventata sorella in questi quasi tre anni, insieme a tutte le altre mamme della chat whatsapp “pupi&pupe&pancebis”, Chiara dicevo… due ore fa ha partorito spontaneamente, la sua seconda figlia, dopo un cesareo regalato subìto a Milano, ha partorito, A CASA, in Puglia, contro tutti i “no ma qui da noi se hai fatto un cesareo ne rifai un altro”! 

Ho ancora le lacrime di gioia. 

Una leonessa (e ha davvero una criniera fighissima) mi ha fatto il regalo più bello.

8marzo l’altro ieri e 2anni di blog oggi

Era l’8 marzo che volevo scrivere. Ho scritto e salvato in bozza. Poi un solco sulla fiancata della mia macchina (per colpa di un uomo), dei giochi preziosi di Bernardo prestati alla vicina e dimenticati da lei in SRY LANKA (no, non potete capire, sono bionica!), qualche discussione accesa e 160km percorsi in un solo giorno mi hanno tolto tutta la poesia.

Ma oggi vedo su FB che son due anni del mio blog e quindi riapro la bozza e vi scrivo così.
Stamattina (8marzo2017 ndr) il primo pensiero, appena sveglia, pensando all’ottomarzo, è stato molto cinico. 
-Uomini mollateci. Che ci fate fare una gran fatica.-

Mio marito, a casa stamattina perché lavora al pomeriggio, ha trovato la colazione pronta, ha fatto una doccia lunga e rilassante, prima di un bel giro in bicicletta, mentre io lavoravo al pc, pulivo, davo ascolto a nostro figlio che è nella fase “non fare null’altro se non stare con me” e riordinavo la casa. 

Mentre mi preparavo di corsa, in ritardo, alle 9, per andare a lavorare lui ha pronunciato le solite frasi: “vai dalla mamma che ti fa fare la pipì” e “tesoro dai vestilo tu”.

Ecco allora il mio pensiero cinico. Mollateci che facciano tutto da sole. E meglio.

Poi mi sono imbottigliata nel traffico fermo della A4, per via dello sciopero dei mezzi. Mentre ripensavo a questo inizio di giornata isterico come tutti gli altri, Linus, alle 10, alla radio, pronunciava questa frase:

“Ma vi rendete conto che lassù, oggi, Qualcuno vi ama?!”

Macchècavolodice?!

E continua: “Lassù Qualcuno vi ama! Ma avete visto che giornata meravigliosa vi ha regalato?! Oggi! Per voi!”

Mi giro. Vedo tutto l’arco alpino pieno di neve. Il Monte Rosa, le montagne della Svizzera, la Grigna, la Grignetta, il Resegone. Nitide. Grandi. Come quando si vedono le montagne a Torino… A casa mia…

Ha ragione. Sorrido. E lo ringrazio, mandando un messaggio vocale innamorato della vita incasinata così com’è, a Sara, la sua assistente, che tempo fa è stata mia paziente.

Allora riparto. La mia giornata ricomincia. Telefono a mio marito e gli auguro una buona giornata nonostante lo sciopero. E mentre guido penso a questa festa di oggi…

Luoghi comuni, scuse, finte riverenze, fiori… Ma perché festeggiare le donne? 

Le ho guardate oggi. Ero sui navigli a Milano, e ne ho viste di ogni. Agitate, rilassate, una cantava abbastanza bene canzoni r’n b in mezzo ad una piazza, con il microfono e la cassa portatile, una riprendeva con il cellulare i suoi allievi che si erano messi a ballare e cantare con la cantante, una prendeva il sole, chissà a cosa pensava, tante passeggiavano con le carrozzine, una gelosa le fermava tutte e chiedeva “perché il tuo dorme?!”, una comprava la carne per cucinare l’arrosto per cena, una con gli occhi stanchi vendeva la frutta, una passeggiava figa al sole, che sembrava ce l’avesse solo lei (ed effettivamente era fichissima e io, sono sincera, ho pensato “stronza. Figa e pure vestita fighissima.”), una guidava il tram e s’incazzava con un pedone, uomo, che attraversava la strada a caso, senza striscie e guardando per aria, una accoglieva con un sorriso meridionale tutti gli inquilini del suo palazzo, … 

E ho pensato “Chissà chi sono, quali storie hanno, cosa le fa felici, e cosa le addolora. Che misteri dietro a quelle facce. Cosa portano nel cuore.”

Bisognerebbe sempre trattarsi con quest’attenzione. Ogni giorno dell’anno. Uomini e donne.

E chi sono per me le donne da ringraziare oggi e sempre?

La mia mamma, che mi ha dato alla luce, e che mi accoglie sempre, 

mia sorella, che anche se sta dall’altra parte del mondo, è legata a me da un misterioso, speciale e coloratissimo passo a due,

le mie amiche care, mamme con me, con cui condivido i buongiorno e i buonanotte (ma anche e soprattutto i cattivi giorni e le notti di merda) quotidiani da ormai due anni e mezzo 

La donna preziosa che mi ha detto “Non avere paura. Ama. Vivi.”

Le donne che mi hanno insegnato il mio mestiere.

Le donne  che sorridono. Che portano il sole in casa.

Le donne che si piegano, e dicono di sì, tra mille paure, alla vita che portano in grembo.

La donne che raccolgono i cocci e ricominciano.

Le donne che si truccano in treno.

Le donne che cantano e ballano in auto.

La donne che piangono per qualsiasi cosa in fase premestruale. (Ma anche quelle in puerperio non vanno male!)

Le donne che urlano mentre partoriscono.

Le donne che prendono coraggio e gridano il loro bisogno. 

La donna che ama la vita. La donna che non smette di vivere mai. 

La donna che dona, con amore, tutta la sua vita, alla vita che la chiama.

Istante dopo istante, momento dopo momento, pezzettino dopo pezzettino, lavatrici, fornelli, passeggiate, pannolini, litigate, compiti, figli, lavoro, urla, sorrisi, pensieri, paure, gioie, amori. 

Perché “…la vita che avrai non sarà mai distante dall’amore che dai.”

Una storia che va raccontata

Era il 2009. O forse i primi mesi del 2010.

Faceva freddo, questo me lo ricordo.

Lavoravo come libera professionista con la Rosi. A Milano. In un consultorio accreditato.

Ci chiama Silvia. Una nostra mamma affezionata.

Suo marito, Ugo, è da tempo ricoverato al centro NEMO di Niguarda, per SLA. 

“Rosi! Irene! Nella stanza a fianco al mio Ugo c’è un fiocco rosa!! Hanno bisogno di voi! Qui nessuno sa di neonati! Venite!”

Vado.

Tram. 

Attraverso Niguarda mentre mi chiedo cosa mai troverò, chi incontrerò.

Mi accoglie Gerardo, il neopapà. E mi presenta Jessica, sua moglie. 

Immobile su una sedia a rotelle per una distrofia muscolare. Può spostare solo le braccia muovendosi sui pollici. E il viso. Parla e sorride. Stop.

Sono emozionati. Da qualche giorno è nata la loro Rachele.

Eccola. Dorme. 

“Ditemi. Di cosa avete bisogno?” chiedo io.

“Rachele non mangia. Non cresce. Non beve il biberon. 

Mi hanno dimessa dall’ostetricia perché potessi tornare qui a curare la distrofia, dicendomi che non avevo latte, che la bambina era calata di peso e che dovevo solo darle l’artificiale. 

Ma Rachele non si sveglia. Non mangia. Mai.”

Sembrava morta. La prendo in braccio, le parlo, la spoglio per svegliarla, provo a lavarla, a cambiarle il pannolino, a darle del latte con il biberon con un po’ di decisione… 

Niente. Dorme. 

Molle. Disidratata. Debole. 

Allora chiedo “Ma Jessica tu l’hai presa in braccio?”

Mi risponde “solo appena nata, me l’hanno messa sul petto, ma poi nessuno mi ha mai aiutata.. Sai me la deve tenere qualcuno..”

Le tocco il seno. Marmo. Gonfio di latte.

Allora prendo Rachele e la avvicino alla sua mamma. 

Lei, di colpo, si sveglia, spalanca gli occhi. Due fanali. 

E apre la bocca cercando di succhiare. 

Non me lo faccio ripetere due volte, la sorreggo e la gliela attacco al seno. 

Rachele succhia, prima piano, debole, poi sempre più vigorosa, regolare, ritmica. Mangia!

Jessica: un fiume di lacrime. E un fiume di latte! 

Dall’altro seno scende una gran quantità  di latte!!

Gerardo non sa più dove guardare. Commosso. Se Rachele, sua figlia che finalmente mangia (e dalla sua mamma!), o se Jessica, sua moglie, che finalmente ride e gode dell’essere mamma!

Io piango. Ma chi mi conosce sa che non è una novita.

E insegno a Gerardo ad attaccare Rachele al seno di Jessica. 

E a gestire la montata lattea, le poppate, a prevenire e curare ingorghi ragadi e mastiti.

Torno anche il giorno dopo. E Rachele bella sveglia, mangia e ci fa tutti contenti aumentando di peso con il solo latte della sua mamma, in un solo giorno. Racconto loro tutto ciò che so del mio mestiere, per aiutarli, e li metto in contatto con un pediatra bravissimo: stanno per ripartire per casa loro, vicino a Reggio Emilia.

Li saluto con tutta la mia e la loro commozione. 

Quel pediatra, una volta, mesi e mesi dopo, incontrato ad un convegno mi racconta che Rachele è stata allattata così, da sua mamma e da suo papà, per molti mesi, cinque credo. 

Non ho mai più avuto loro notizie. 

Ma li porto nel cuore, come la storia più preziosa che ho da raccontare.

Ve la regalo.
A presto, 

Ire

Ostetriche, attese e Avvento..

Quest’anno sono stata, come tutti gli anni, in una quinta elementare a fare il mio percorso di educazione all’affettività.

La mitica maestra Chiara voleva conoscermi qualche tempo prima del mio intervento in classe, così sono andata a trovarla a scuola.

I bambini stupiti mi guardavano come se fossi saltata fuori da un forziere prezioso.. 

“Guardatela bene bambini e ricordatevi di lei, perché presto verrà a raccontarvi delle cose bellissime!”

“Aspettatemi bambini! Torno presto, promesso!”

“No maestra… Non si dice “aspettatemi”… Abbiamo imparato che si aspettano le cose. Le persone invece si attendono. Si attende, perché si è certi che qualcuno verrà.”
Io sono rimasta di sasso.

“Allora attendetemi, io di sicuro attenderò voi.” E infatti è stata un’avventura bellissima l’incontro con loro…

Ieri, mentre preparavo l’albero di Natale, il Presepe e il calendiario  dell’Avvento fai-da-me (iniziato superdiligentemente al 1 novembre e ovviamente al 1 dicembre sera non ancora terminato…) pensavo a queste parole…

Perché questo tempo? Di attesa… 

Si attende qualcuno che si è certi arriverà. 

Qualcuno

Si è certi

Arriverà

Ecco l’Avvento. 

E poi pensavo a me. Che faccio l’ostetrica… Attendere è il mio mestiere!

Da otto anni (undici se consideriamo anche il tempo prezioso dell’Università) attendo ogni giorno, con gioia, semplicità e con rinnovato stupore le vite perfette, tenere e potenti, che invadono di felicità, stanchezza, commozione e gratitudine il cuore delle mamme e dei papà. 

Attendo i concepimenti. Attendo le gravidanze. Attendo i travagli. Attendo il latte. 

Attendo i tempi fertili e i tempi sterili! 

Non aspetto, attendo! Anche in questi casi. 

Perché sarà sempre QUALCUNO che verrà in questi tempi.

Un amore prezioso. O un figlio donato. 

Che gioia infinita il mio lavoro! Che dono infinito amarlo così tanto! 

E che privilegio hanno le ostetriche in questo tempo di Avvento!